Riflessioni sulla somma digitale vs.analogica

neve

La diatriba sul summing analogico vs. digitale (dove con summing intendo, per chi non l’avesse del tutto chiaro, il processo per cui più tracce audio vengono sommate fra loro in un’unica traccia stereo) fa parte delle tante disquisizioni infinite che portano con sé miscele di mito/realtà, soggettività ed oggettività, preconcetti ed innata predisposizione umana ad avvertire fenomeni anche laddove questi siano ben lontani dal campo di risoluzione dei nostri sensi.  Senza aver pretesa di districare la matassa, provo a fornire qualche spunto di riflessione oggettivo.

Partiamo dai fatti.

1) La somma digitale, sulla carta e purché fatta correttamente, è quanto di più accurato possa esistere, trattandosi di pura matematica. Nell’affermare questo sono in buona compagnia, giacché opinion-leader dell’audio engineering del calibro di Dan Lavry e Bob Katz amano sottolinearlo spesso. Cionondimeno, si è in errore a pensare di trovarsi al cospetto di un’operazione banale ed esente da degradazione sonora. Al lato pratico, una DAW che esegue un mix digitale in precisione doppia (ovvero lavorando internamente a 48 bit per poter trattare segnali a 24 bit) si trova a dover gestire in tempo reale una mole impressionante di operazioni matematiche (principalmente moltiplicazioni e somme fra numeri binari di grandi dimensioni), che restituiscono risultati di ancor più grandi dimensioni, i quali devono essere troncati/approssimati e “inquinati” mediante dithering nel ritorno al bit-depth originario.

Non è, come dicevo, un processo banale, e non è difficile comprendere la ragione per cui affermare che “le DAW sono tutte uguali” è quantomeno azzardato.

A onor del vero, d’altronde, è necessario ammettere che, sebbene i primi mixer digitali e le prime DAW avessero effettivamente dei limiti sugli algoritmi di gestione di tali operazioni (dovuti sia ad ingenuità progettuali che a limiti della potenza di calcolo disponibile), oggi se ci si affida ad un software professionale (e sottolineo professionale), adeguatamente progettato e la macchina a cui si dà in pasto tutto questo è stabile e potente (oggi praticamente tutte lo sono), i limiti connaturati in tale processo restano ben lontani dal campo dell’udibile e si avrà una somma pressoché perfetta delle proprie tracce, beneficiando di headroom elevatissime e rapporto S/N che solo 30 anni or sono avrebbe fatto sognare qualunque fonico.

Se qualcosa suona “storto”, è molto più probabile che un mix abbia errori e deficienze attribuibili a noi stessi (ad esempio catene di plugins che vanno in clip fra un insert e l’altro, senza possibilità immediata di accorgersene visivamente perché il livello risultante in uscita è sotto al livello di clip), piuttosto che al processamento digitale.

2) La somma analogica è, in senso assoluto, decisamente meno accurata, ha un impatto sul percorso del segnale più pesante, soprattutto in termini di rapporto segnale/rumore, ed introduce una serie di “aberrazioni” del segnale, nonostante queste possano essere in molti casi esteticamente desiderabili, come ben sanno i chitarristi e chiunque altro abbia esperienza di processamento analogico del segnale.

La presenza in una consolle analogica di preamp, trasformatori, master buss di uscita con relativi compressori VCA, inevitabili fenomeni di crosstalk, forniscono al segnale quell’ addendum in termini di distorsione dei transienti ed arricchimento armonico impalpabile, che nel caso di marchi di alto livello (Neve, SSL, API, ecc.) costituiscono la “firma” timbrica di quell’hardware.

Ora, rassegniamoci al fatto che un sommatore, per quanto di qualità, non potrà mai portare i benefici della somma analogica ricavabili da una consolle da 80.000 € (perché non ne ha i succitati preamp, trasformatori, ecc.ecc.). Nella maggior parte dei casi, non porterà più benefici, in termini di respiro ed ariosità, di quanto non possa fare un buon mix fatto con criterio. Con lo svantaggio di introdurre ulteriori conversioni D/A ed A/D, prolungare il percorso del segnale, e così via… Ne vale davvero la pena?

La mia opinione (personale e discutibile, sebbene io mi scopra in compagnia di professionisti ben più autorevole di me) è che il sommatore analogico sia una trovata che racchiude un certo fondamento e molta componente commerciale (sia per chi costruisce e vende sommatori, sia per chi ha uno studio e “vende” al cliente il vezzo della somma analogica griffata). Non a caso il target commerciale dei sommatori sono i project studio, ovvero quelli a metà strada fra l’home-studio e lo studio pro.

I mix engineers di alto livello in genere mixano in-the-box sommando digitalmente, senza peraltro sentirsi in dovere di confessarlo al proprio psicanalista, oppure sommando su banchi analogici top-end dai 5 zeri in su. Ben pochi lavorano su sommatori da 2000€.

Detto in soldoni: se si avverte che un mix è inscatolato ed ha bisogno di più aria e respiro, non è colpa della somma digitale, non si ha bisogno di un sommatore analogico, si ha bisogno di lavorarci ancora.

Viceversa un ottimo mix può ulteriormente guadagnare qualcosa da una somma analogica, purché di alto livello in termini di contributo all’arricchimento del segnale, e supportata da conversione DA/AD altrettanto robusta.

Ed ora la marchetta. Se proprio si vuol provare l’ebbrezza dell’analog-summing (la curiosità è legittima!), anziché spedere migliaia di euro per sommatori “griffati” io consiglierei di orientarsi su alternative particolari e personali, come ad esempio il TL-Audio A4 Ebony: è accessibile, di ottima qualità (come tutta la roba TL-Audio), fatto a mano negli UK, ed essendo valvolare in classe A ha una timbrica british molto personale, riconoscibile (ereditata dai mitici banchi valvolari VTC), quindi potrebbe essere un colore in più utilizzabile all’occorrenza (e non un’installazione fissa del proprio setup). In questo senso, credo che sommare in analogico abbia un suo perché.

(Ed ora, signori della TL-Audio… per quel bonifichino di cui s’era parlato? Vi lascio l’IBAN?)  😉

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5 thoughts on “Riflessioni sulla somma digitale vs.analogica

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