Mastering for dummies: ovvero i 10 passi fondamentali per far da sè qualcosa di decorosamente simile al processo di mastering… (I parte)

shadowIntroduzione

Spesso leggo/sento, riguardo al processo di mastering, un’infinità di considerazioni, il più delle volte in netto contrasto fra loro, che si possono ricondurre ad un unico alone di indeterminatezza creato dal preconcetto che si tratti di un processo esoterico, da alchimisti iniziati, dotati di strumentazione dai costi e dalla complessità assolutamente inaccessibili. Non appena, però, il novizio si chiarisce un paio di dubbi e capisce come funziona un limiter, magicamente si convince di esserne diventato padrone assoluto, e si lancia con entusiasmo subitaneo sul mercato sotterraneo dei mastering online per amici, parenti, o sconosciuti, a titolo gratuito o non, con risultati a volte mediocri, a volte dignitosi per puro caso.

Come sempre, la ragione sta nel mezzo. Il processo di mastering è effettivamente un mondo a sè, tecnicamente piuttosto complesso e delicato,  richiede esperienza, studio, intuito, doti naturali, e finanche mezzi tecnici di un certo livello. Ma questo non significa che non sia possibile ottenere buoni risultati nel fai-da-te, con una dotazione di base onesta e ben ottimizzata, un approccio umile ed autocritico, molta voglia di perfezionarsi, e la conoscenza dei propri strumenti. Questo articolo non ha la presunzione di insegnare ciò che è una vera e propria professione, ma vuole fornire delle linee guida e dare punti fermi su come impostare un lavoro in modo efficace a coloro che già possiedono una padronanza di base degli strumenti del processamento audio.

Partiamo dagli ingredienti:

– Un buon sistema di ascolto in un ambiente privo di grossi difetti, costituito almeno da una conversione D/A decorosa (la maggior parte delle schede audio esterne oggi lo sono) e da una coppia di monitor onesti. A meno di clamorosi problemi (cancellazioni o risonanze importanti su bande critiche di frequenza), l’ambiente in cui siete di solito in grado di produrre buoni mix è anche in grado di garantirvi un soddisfacente lavoro sulla finalizzazione. Attenzione però al risvolto della medaglia: i problemi che, a causa di un ambiente critico, non siete in grado di individuare in mixaggio, continuerete a non essere in grado di individuarli durante la finalizzazione.

– Un audio-editor (Sound Forge, WaveLab, Audition, Sequoia…), o una qualunque DAW (Pro Tools, Cubase, Logic, Reaper, Audacity…). Nel caso in cui si utilizzi una DAW sprovvista di strumenti di analisi (analizzatore di spettro, statistiche, ecc.), occorrono plugins che lo facciano

– Un equalizzatore stereo full-parametric, hardware o software, orientato al mastering

– Un compressore stereo, hardware o software, monobanda, possibilmente orientato al mastering. Ed uno multibanda.

– Tools per l’harmonic enhancement, secondo gusto/necessità

– Tools per la gestione dell’immagine stereo

– Un brickwall lookahead limiter

– Tools per il resampling, bit depth conversion, dithering

– Tools per il metering accurato, che includa l’intersample-peaks metering

– Le idee chiare su come funzionano tutti gli strumenti sopraelencati. Su questo sarò irremovibile. Se non le avete, abbandonate questo articolo ORA (se non lo fate, si autodistruggerà fra 60 secondi, esplodendo insieme al vostro pc) e correte a studiare i fondamentali. Poi tornate. Guardate che vi tengo d’occhio…

Siete già qui? Bene, dò per scontato che ne abbiate i requisiti. Il primo che si tradirà alzando la mano per chiedere cos’è il fattore Q sarà radiato dall’albo degli aspiranti quasi-mastering-engineer.

Importante: per semplicità di trattazione, in questa fase mi concentrerò sull’ipotesi di un’unica traccia (nel senso di brano) su cui lavorare, lasciando ad un secondo tempo l’approfondimento su aspetti specifici dell’assemblare, livellare ed “armonizzare” fra loro più brani da raggruppare in un album. Sempre per amore dei fondamentali e di basi semplici e solide, non parlerò in questa sede di stem mastering, né di tecniche mid/side.

Incominciamo quindi il nostro viaggio, identificando 10 tappe fondamentali:

1. Ascoltare, analizzare, e prendere punti di riferimento
2. Correggere
3. Livellare
4. Equalizzare
5. “Tonificare” e dare coesione al mix
6. Insaporire
7. Limitare
8. Editare
9. Convertire
10. Verificare

La puntata di oggi approfondirà i primi 3 punti.

1. Ascoltare, analizzare, e prendere punti di riferimento

Mettersi in viaggio senza sapere dove si è e dove si vuole arrivare, rende ovviamente piuttosto difficoltoso capire in quale direzione procedere e con quale mezzo.
Eppure molti applicano dei preset alle proprie tracce senza avere chiaro come davvero esse suonino, e come dovrebbero arrivare a suonare.
Una regola d’oro: mettetevi in viaggio riposati. Non iniziate un mastering dopo ore di lavoro su un brano. Se avete finito un mix, lasciatelo “riposare” per qualche tempo (almeno una nottata) prima di riprenderlo in mano per finalizzarlo.
Aprite/importate il file audio della vostra traccia. Fatto? Apritelo un’altra volta, in modo da averne due copie, e mettetene una in mute, che non modificherete (capirete più avanti il perché). Aprite anche uno o più brani commerciali simili (per genere, strumentazione, colore timbrico, stesura) al vostro lavoro, iniziate ad ascoltare, ed annotatevi le differenze. Se la traccia su cui dovete lavorare non è vostra, richiederà un ascolto iniziale ancora più attento ed approfondito, per prendere confidenza con la stesura, le caratteristiche salienti, ed eventuali difetti.
La differenza di volume con la traccia commerciale sarà notevole, per ora questo non deve lasciarvi fuorviare (ricordate che soggettivamente “louder sounds better”, ovvero tendiamo a giudicare timbricamente “migliore” ciò che percepiamo più forte, anche se magari migliore non è), quindi abbassate il volume della traccia di riferimento finchè questa non abbia un loudness percepito equiparabile alla vostra traccia. Se avete difficoltà, guardate i vostri v-meter per un primo aggiustamento, poi chiudete gli occhi e fate una regolazione fine.
Infine concentratevi sulle differenze timbriche e dinamiche.
La maggior parte dei software per l’audio editing (Sequoia, SoundForge, Audacity) fornisce dati statistici sulla vostra traccia molto importanti: il livello di picco e di RMS, ad esempio,  nonché una distribuzione media dello spettro (il classico diagramma Hz/dB). Annotatevi anche questi dati, e confrontateli con quelli delle tracce di riferimento.
Il mastering è un processo molto tecnico, ma anche creativo. Ascoltate il brano anche dal punto di vista artistico. Di cosa parla, e come? Quali emozioni e sentimenti vuole trattare? Che timbriche sono state cercate (o avete cercato voi) in mixaggio? E’importante. Un mix arioso, leggero e dinamico, va valorizzato in quel senso. Un mix aggressivo, dal sound volutamente nervoso e sporco, richiede di essere assecondato. Viceversa potrebbe anche incazzarsi di più…
Questa fase del lavoro vi aiuterà a partire con il piede giusto e le idee chiare, risparmierete tempo, fatica,  frustrazioni ed imprevisti.

2. Correggere

Individuare “errori” ed anomalie sulla traccia è un processo che perlopiù ha luogo quando si lavora su brani altrui. Quando lavoriamo sui nostri mix, si presume che già abbiamo fatto quanto di meglio le nostre abilità attuali ci consentono… se non siamo in grado di cogliere una pecca del nostro mix mentre lo realizziamo, difficile che ne diventiamo capaci in fase di mastering, a meno che il riascolto a mente ed orecchie fresche non ci faccia vedere il lavoro da un’altra prospettiva. Ma in tal caso, è più facile riaprire il mix e correggere quello.  Se lavoriamo invece su tracce finite di altri, ed individuiamo degli errori, non possiamo far altro che correggerli al meglio posibile con gli strumenti tipici del mastering.
La varietà di anomalie possibile è sorprendentemente vasta, ma gli “errori” più tipici sono la presenza di clip e/o clicks, la presenza di sibilanti (tipicamente sulla voce o sugli hi-hat), di rimbombi (ad esempio sulle plosive, o passaggi di tom), fruscii e ronzii, un panorama stereofonico poco equilibrato, oppure uno spettro sbilanciato (ad esempio troppi bassi o troppo pochi, tanto per intenderci).
Su quest’ultimo lavoreremo più avanti, in fase di equalizzazione, ma gli altri problemi vanno risolti subito. Se non avete un apposito plugin di de-clipping, ed i clip non sono molti ma solo qualcuno, lavorerete come artigiani sulla forma d’onda. Quasi tutti gli audio editor hanno un tool di editing per “ridisegnare” manualmente la forma d’onda. Usate quello.
Sibilanti e rimbombi vanno trattati in maniera selettiva; se sono ripetitivi, mediante un compressore multibanda (o in alternativa con tools dedicati, ad esempio de-esser o de-boomer, che comunque non sono altro che compressori multibanda semplificati). Se l’orecchio non è sufficientemente esperto, l’analizzatore di spettro impostato in modalità istantanea ci aiuterà molto ad individuare le bande di frequenza su cui agire. Lì andremo a comprimere in maniera decisa (anche 10:1), con attacco veloce (diciamo fra 2 e 10ms) e rilascio altrettanto; fondamentale settare correttamente il threshold, che se troppo alto renderà il trattamento poco efficace, viceversa rischierà di impoverire quella banda di frequenza anche in punti della traccia in cui non sta creando problemi. Ovviamente, gain makeup unitario… altrimenti evidenzieremo il difetto anziché eliminarlo. Se sibilanti e rimbombi sono occasionali, in punti molto specifici, un’alternativa semplice e veloce può essere quella di andare a ridurre semplicemente il picco che ne deriva, con una micro-automazione sul volume.
Fruscii e ronzii persistenti vanno trattati con molta cautela… il rischio è quello di eliminare, insieme a loro, anche parecchio contenuto armonico. Se il difetto è proprio così presente da non poter essere trascurato, meglio affidarsi a plugins specifici per il de-noising, oggi ve ne sono con algoritmi davvero efficaci e molto poco invasivi. C’è da dire che, nell’era digitale in cui ci troviamo, il problema è anche piuttosto raro… per cui non vi ruberò altro tempo sull’argomento.
Molto delicato è anche l’aspetto dell’equilibrio e della messa a fuoco del panorama stereofonico. Un mix può essere, nel caso più banale, sbilanciato verso destra o sinistra, a causa di un sistema di monitoraggio anomalo usato in mixaggio; in tal caso è relativamente semplice ripristinarne la corretta centratura lavorando di pan, a patto di avere noi stessi un sistema di monitoraggio ben simmetrico, calibrato e centrato. A volte lo squilibrio è più subdolo, può derivare dall’uso di compressori stereo non “linkati” su buss stereofonicamente asimmetrici (assistiamo quindi a temporanee “scentrature” in occasione di certi passaggi), qui si aprono quindi molte diverse possibilità di intervento correttivo (e se non conoscete gli strumenti che avete a disposizione, e per un caso fortuito siete scampati all’autodistruzione di cui qualche paragrafo più in su, ora siete alla resa dei conti…)
Il panorama stereo del mix può anche essere affetto da mali “classici” riguardo alla spaziatura (ad esempio troppo centrale, quindi poco “dimensionale”, o viceversa troppo aperto e quindi dispersivo, o ancora “tutto al centro ed ai lati senza nulla in mezzo”). Esistono molti tools che consentono di lavorare sull’immagine stereo in multibanda, ad esempio quello integrato in iZotope Ozone. Anche in questo caso, inutile a dirsi… è necessario che sappiate come e dove usarlo.

3. Livellare

Sfatiamo innanzitutto il mito per cui il mastering ha bisogno di enormi quantità di headroom sul mix di partenza… Anche se un mix dai livelli troppo elevati rischia di offrire troppo poco margine di manovra in mastering, è vero che un mix troppo basso avrà tendenzialmente un rapporo S/N (segnale/rumore) sfavorevole, e dovrà comunque essere normalizzato a valori ragionevoli prima di iniziare ad essere trattato.
Un mix con i picchi massimi intorno ai -3dBfs ed un RMS che può aggirarsi nell’intorno dei -20dBfs andrà benissimo.
Ora faremo una cosa che è bene non raccontare al mix-engineer, ovvero predisporremo un’automazione sul volume, che non è detto useremo, ma è probabile che ci torni utile.
La ragione è la seguente: è molto probabile che un brano abbia dei piano e dei forte. E’molto probabile che il brano non sia un pezzo di musica classica che verrà ascoltato da un audiofilo. E’ molto più probabile che il brano sia destinato ad essere ascoltato in auto, sull’iPod, trasmesso in radio. Se ascoltate in queste situazioni brani anche solo di una ventina d’anni fa, che nel frattempo non siano stati rimasterizzati, vi scoprirete a provare l’istinto di alzare il volume sui passaggi in piano, ed abbassarlo sui forte… Questo è perché siamo abituati oramai ad impostazioni dinamiche ridotte, d’impatto, presenti sempre, complici anche le radio che (sappiatelo) prima di trasmettere nell’etere un vostro brano, lo passano sotto una colonna di schiacciasassi per appiattirne ogni parvenza di dinamica.
Ciò può piacere o non piacere, ma se ci dobbiamo confrontare con realtà commerciali, questo è un dato di fatto. E piuttosto di farci devastare il lavoro dallo schiacciasassi-limiter di Virgin Radio, presentiamoci già ben pre-schiacciati noi… Perché l’automazione, se poi tanto dovremo comprimere e limitare?
Domanda lecita: perché questi ultimi si occupano di micro-dinamica, mentre un fader lavora a livello di macro-dinamica. Passare ad un compressore e poi al limiter una dinamica già ammorbidita a livello macroscopico ci renderà la vita enormemente più facile.
Quindi, prendete la vostra automazione e fatene buon uso, se necessario, alzando dolcemente i livelli sui passaggi più deboli. E’ fondamentale ascoltare, con attenzione, più e più volte, in modo da ottenere un volume più omogeneo e consistente lungo la traccia, senza che per questo si avvertano passaggi innaturali. Rispettate il brano, il suo respiro ed i suoi tempi (se siete stati diligenti al punto 1. vi verrà naturale), date semplicemente una mano alle parti più delicate. Se siete guerrafondai della “loudness-war”, questo vi darà anche un enorme vantaggio su quel campo di battaglia, ed al punto 7, quando ci arriveremo, vi sentirete colti da un senso di gratitudine nei miei confronti.

Per oggi ci fermiamo qui. Le prossime puntate sono in macchina…

Licenza Creative Commons
Quest’opera di Manuel Daniele è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

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