I decibel spiegati a mia figlia…

Fra tutte le unità di misura concepite ed utilizzate in ambito tecnico, poche si prestano quanto il decibel (mi raccomando, si scrive con la “d” minuscola e si abbrevia dB) a confondere le idee, e ad essere usate impropriamente nei modi più “creativi”. Fatto alquanto curioso, se si pensa che il decibel nasce proprio con lo scopo di semplificare e rendere intuitiva l’espressione di grandezze che altrimenti sarebbero difficilmente rappresentabili e confrontabili.
Probabilmente la confusione nasce dal fatto che, sebbene il concetto alla base del decibel sia molto semplice, utilizza uno strumento matematico di sicuro poco intuitivo per molte persone: il decibel è il logaritmo del rapporto fra due grandezze fisiche omogenee (ovvero che hanno entrambe la stessa unità di misura).

La domanda sorge spontanea: perché ‘sta complicazione? Perché questo ci consente di quantificare e confrontare fra loro grandezze di natura ed unità di misura molto diverse, ma che hanno tutte uno scopo in comune, rappresentare uno stresso effetto fisico finale. Ad esempio, il suono, che è il fenomeno fisico che primo fra tutti associamo al decibel (anche se di certo non è l’unico).

Il suono in senso lato può essere immagazzinato, trasportato, percepito, in molti modi diversi. Può viaggiare nell’aria o in altri mezzi in termini di onde di pressione, esercitare un lavoro meccanico e termico (essendo dotato di energia, e quindi potenza) sulle superfici che incontra/attraversa, può essere memorizzato su un supporto in formato analogico (magnetico o meccanico), oppure digitale, in formato ottico (come sulla pellicola di un film), o ancora viaggiare sotto forma di segnale elettrico nei nostri cavi. Molti mezzi, molte unità di misura diverse, potenzialmente anche molta confusione, ma un solo concetto: il suono.

Ed ecco che entra in campo il decibel, che ha principalmente due grandi vantaggi:

– è adimensionale, e rimane quindi sé stesso sia che si parli di segnale elettrico in mV, che di pressioni in N/m², che di range numerico impegnato in un sistema digitale, o di magnetizzazione di un nastro in nWb/m²

– è logaritmico, proprio come lo è a grandi linee il comportamento del nostro orecchio alla percezione del suono. Una stessa variazione assoluta di pressione sonora, ad esempio, viene percepita dall’uomo molto diversamente se si è a bassi o alti volumi. Mentre una variazione di 3dB produce la stessa sensazione di variazione soggettiva a qualunque punto ci si trovi del nostro range uditivo.

Il risultato è che parlare di una variazione di 6dB, ad esempio, qualunque sia il mezzo che stiamo considerando, avrà sempre il medesimo effetto: raddoppiare l’intensità sonora. Sia che aumentiamo di 6dB una tensione mediante un fader analogico, che una pressione sonora picchiando di più su un tamburo. Immaginate che babele sarebbe, chiedere ad un fonico di abbassare di X milliVolt la tensione di un segnale analogico, calcolandola in modo da ottenere una variazione di Y Newton/m² nella pressione sonora percepita?…

Entriamo ora un po’più nel dettaglio, ed esploriamo questo nuovo mondo.

Il primo “decibel” che incontriamo nella nostra vita è quello che esprime un’intensità di pressione sonora nell’aria. Ricordiamo sicuramente tutti, dai tempi delle scuole medie, la scala dei decibel sul libro di scienze, che parte dal livello del “fruscio delle foglie in un bosco” e arriva fino al “jumbo-jet in decollo”, passando per altre definizioni pittoresche.
Parliamo di dB SPL (Sound Pressure Level), e li definiamo convenzionalmente come:

20 log (p1/p2)

quindi un rapporto di “pressioni” dove p1 è la pressione esercitata dal nostro suono, e p2 è una pressione di riferimento che definiamo come la minima pressione udibile dall’orecchio umano (fissata convenzionalmente a 20 μN/m²).

Chi ha un barlume di dimestichezza con i logaritmi, ricava da sé che, se p1=p2 (ovvero stiamo misurando un suono al minimo dell’udibilità), otteniamo 0dB (SPL). Che, per inciso, non illudetevi: non c’entra praticamente nulla con lo 0dB che avete sui fader del vostro mixer! 🙂
Altrettanto facilmente, si deduce che confrontando due livelli, se p1 è doppio di p2, otteniamo approssimativamente 6dB (e questo spiega la mia affermazione precedente, ovvero che una variazione di +/-6dB equivale a raddoppiare o dimezzare l’intensità sonora.
Per la cronaca, verso i 130dB SPL le nostre orecchie iniziano a far male e danneggiarsi; a 120dB SPL siamo praticamente giunti al limite del nostro range uditivo prima di cominciare a correre rischi.
Molti di voi avranno incontrato nomenclature di tipo dB(A), o (B) o (C). Anche questi sono decibel SPL, ai quali però sono stati applicati dei filtri, ovvero dei fattori moltiplicativi che ne correggono il valore in funzione della frequenza, per accomodare la naturale curva di risposta in frequenza dell’orecchio umano. Questo perché, ad esempio, 90dB SPL a 1000Hz vengono percepiti soggettivamente dall’uomo con intensità maggiore rispetto a 90dB SPL a 100Hz, in quanto siamo più sensibili, in maniera del tutto naturale, a certi range che tendenzialmente contengono informazioni per noi più biologicamente utili (ad esempio quello della voce umana). In questo senso, l’orecchio umano funziona come un compressore multibanda, ed i filtri A, B o C servono idealmente a tenere in considerazione il settaggio naturale di questo “compressore” nella valutazione dell’intensità sonora percepita. Quindi, 90dB(A) SPL hanno così lo stesso “livello” di intensità percepita, indipendentemente dalla frequenza del suono in oggetto, e sono quindi utili ogni qualvolta sia importante determinare l’effetto sull’uomo/ambiente (ad esempio, per valutare un impatto da inquinamento acustico indipendentemente dalla frequenza della fonte). A chi volesse approfondire il concetto di loudness ed intensità percepita, consiglio senz’altro la lettura di quest’altro mio articolo.

Oltre ai dB SPL, sono principalmente due le altre famiglie di decibel che interessano a noi giovani e brillanti sound engineers. E precisamente quelle relative al livello di segnale audio digitale (dBFS) ed analogico (dBV / dBu).

Partiamo da quello su cui tutti gli aspiranti mastering engineers battono il naso alla prima curva: il decibel Full-Scale (dBFS). Il concetto è molto semplice: fissiamo convenzionalmente a 0dBFS il massimo livello consentito da un sistema digitale; ovvero, quello oltre al quale non abbiamo più “cifre” a disposizione, e di conseguenza tutto ciò che è (anzi, sarebbe) oltre, viene semplicemente clippato.
Quando parliamo di livelli di picco (concetto che espliciterò meglio più avanti, insieme a quello di RMS) in dBFS, abbiamo SEMPRE valori minori o uguali a 0 (zero), perché ovviamente abbiamo fissato il limite 0dBFS. Avere ad esempio un picco a -6dBFS, significa che tale picco è a metà della full-scale, ovvero del livello digitale massimo consentito dal sistema. Attenzione a non cadere nel tranello: non significa che il livello effettivo si azzera quindi a -12dBFS (parliamo di scala logaritmica, non lineare!).  A -12dBFS saremo quindi ad 1/4 della full-scale, ed il segnale tenderà ad annullarsi con i dBFS tendenti a -oo. Mi pare importante a questo punto demolire le poche certezze che vi ho faticosamente costruito, ricordando che lo standard AES17 estende la full-scale a +3dBFS, perché considera come limite massimo della scala digitale una sinusoide con RMS a 0dBFS. Ricordatevene, quando scegliete il tipo di scala sui vostri meters digitali!

L’indicazione di livello del segnale analogico, che di fatto è costituito da una tensione elettrica variabile, viene invece espressa in termini di dBV o dBu; in entrambi i casi si parla quindi di rapporti fra tensioni, espresse naturalmente in Volt, laddove nel primo caso (solitamente utilizzato per le apparecchiature consumer) la tensione da misurare è rapportata al valore convenzionale di 1V indipendentemente dall’impedenza del carico cui è applicata, e nel secondo caso (scala in genere usata per apparecchiature pro) è riferita ad una tensione di riferimento standardizzata (0.775V) su circuito aperto (unloaded). Quando ques’ultima tensione viene idealmente applicata ad un carico convenzionale di 600Ohm, otteniamo un’espressione del livello del segnale audio in termini di potenza, anziché di tensione, che si può trovare indicata come dBm.
Quindi, ad esempio, un livello di 0dBV implica una tensione del segnale di 1V. Tutto questo parrebbe poco interessante al lato teorico, ma ha un’importante implicazione: aggiungere genericamente 3dB ad un segnale analogico in ingresso alla vostra interfaccia audio, produce suppergiù un aumento di 3dB nel segnale digitale sulla vostra DAW, e 3dB  a ciò che sentite uscire dai vostri altoparlanti in termine di pressione sonora. Questa sì che è una notiziona!
Un’altra ragione per cui è importante conoscere e comprendere i livelli standard del segnale analogico è per un matching corretto dei nostri outboard e delle nostre interfacce AD/DA fra loro. I classici livelli di segnale di linea PRO a +4dBu oppure consumer a -10dBV hanno bisogno di interfacciarsi fra loro in modo corretto in termini di input ed outputs; questo al fine di sfruttare al meglio possibile il range dinamico di ciascuna apparecchiatura a vantaggio del miglior rapporto S/N (signal/noise) possibile. Potete trovare una pratica tavola di correlazione fra le varie scale analogiche qui.
Non solo, ma laddove c’è una conversione AD e/o DA ci si deve per forza di cose imbattere con l’interazione fra dBu/V e dBFS e con i vari standard che ne regolano non tanto un metodo di conversione da uno all’altro (che non esiste), quanto il riferimento fra i “set point” di scala, i quali possono differire anche parecchio spostandosi da una parte all’altra del mondo e da uno standard all’altro. Quello europeo, ad esempio (EBU R68), fissa gli 0dBFS a +18dBu, ma quello americano ragiona partendo dall’opposto, fissando i +4dBu a -20dBFS. Tale valore è anche indicato (giusto per aggiungere un’ulteriore scala) come lo 0dB VU (Volume Unit) che compare sui VU-Meter analogici.
Piccole differenze, forse ininfluenti per chi in casa propria si limita ad alzare o abbassare un volume, ma, comprenderete bene, fondamentali in ambiti professionali quali il mastering, il broadcasting, la sonorizzazione audiovisiva, e così via. Un ottimo riassunto, se volete approfondire le corrispondenze fra le varie scale, potete trovarlo qui.

E’utile, a questo punto della nostra passeggiata, fare qualche ulteriore considerazione sui decibel che incontriamo ogni giorno nei nostri studi, siano essi home o pro, allo scopo di inquadrarli nelle categorie che ora abbiamo imparato a conoscere. Innanzitutto, i decibel che vediamo sui fader del nostro mixer (o DAW) sono da intendersi in termini relativi, ovvero di gain (guadagno). Non sono necessariamente dBFS, né SPL, né V o u, ma semplicemente dB. Lo 0dB indica quindi guadagno unitario, un rapporto unitario fra quanto ho in ingresso e quanto ho in uscita (ed il logaritmo di 1 è appunto… zero). Se sposto il mio fader a -6dB, ho dimezzato il livello della mia traccia (QUALUNQUE esso fosse in partenza), se lo sposto a +6dB l’ho raddoppiato, amplificandolo (per via “algebrica” se ho una DAW digitale, o con un vero e proprio circuito di amplificazione su un banco analogico… Già, quelli le cui aberrazioni e non-linearità fanno la gioia sonora di noi tutti, come spiego pittorescamente qui).
I dB indicati sui meter di ciascun canale di una DAW digitale, incluso il master, ora sappiamo invece che sono da intendersi come dBFS, ovvero come un’indicazione del livello digitale di ingresso o uscita rispetto al massimo gestibile dal sistema prima di iniziare a “piallare”. In genere, a questi sono visivamente associate le scale “analogiche” (ovviamente da scegliere e settare in funzione dell’hardware analogico connesso).

Concludo questa mia piccola panoramica sfiorando ancora un poco concetti già citati di PEAK ed RMS.

Abbiamo parlato finora di “livelli”, un po’come parlare del livello del mare, senza tener conto del fatto che il mare ha una superficie fatta ad onde, ed ha quindi di fatto un livello che varia continuamente istante per istante.

Considerando il livello sonoro (sia esso pressione dell’aria o tensione elettrica o quant’altro) nella sua forma più semplice di onda sinusoidale pura, è immediato definire il valore di picco (peak) come il massimo livello raggiunto istantaneamente da tale onda, mentre l’RMS (root mean square) è definito matematicamente come il “valore efficace” di tale onda, e per la sinusoide è convenzionalmente pari a 1/√2 del valore di picco.
Pur essendo un segnale audio un’onda ben più complessa di una sinusoide pura, non ci discostiamo concettualmente da tali definizioni, anche perché Fourier c’insegna a concepire qualinque forma d’onda periodica come combinazione lineare di un numero più o meno cospicuo di funzioni sinusoidali semplici.
In dominio digitale (full-scale), per definire l’RMS di un segnale complesso ci dobbiamo (ancora) affidare alle convenzioni, ed (ancora) queste possono differire a seconda dello standard adottato. Indipendentemente dal tipo di scala adottata, è molto importante comprendere che, nel campo audio, peak ed RMS sono i due parametri chiave sulla base dei quali effettuare la misurazione del livello, laddove il valore di picco è fondamentale per la valutazione di quanto e come stiamo sfruttando il nostro range dinamico, mentre l’RMS è indicativo del livello di loudness, ossia del livello medio percepito che stiamo mantenendo.
E’anche opportuno far presente che l’RMS di una traccia musicale può variare significativamente in funzione della porzione su cui andiamo a calcolare il valore efficace, dipendentemente dal fatto che un brano musicale ha in genere una sua stesura che comporterà momenti di differente “densità”; un’introduzione di pianoforte solo avrà un RMS ragionevolmente più contenuto rispetto ad un chorus ad arrangiamento pieno. Utile quindi individuare porzioni significative della musica su cui stiamo lavorando sulle quali mirare il nostro monitoraggio del livello RMS.

A chi volesse approfondire l’aspetto metering, consiglio senz’altro la lettura di quest’ottimo articolo.

Licenza Creative Commons
Quest’opera di Manuel Daniele è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported.

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8 thoughts on “I decibel spiegati a mia figlia…

  1. Pingback: Il “mostro di Loudness” | fonderiefoniche

  2. Molto interessante, complimenti. Ho una domanda particolare per te (non te l’aspetteresti mai):
    l’inquilino del piano di sopra utilizza il rumore bianco (oppure rosa o qualche altro colore) iniettandolo nel mio appartamento, in modo da non farmi sentire ciò che fa (è una pratica comune di chi non vuole farsi intercettare, in pratica si copre la propria attività insonorizzando la stanza di un altro; esistono in commercio i generatori white noise adatti a tale funzione, sul sito di endoacustica ne puoi trovare uno, ma io credo che lui utilizzi un semplice mixer o machine con tanto di trasduttore da poggiare in terra).
    Il problema è che il rumore bianco, se viene trasdotto attraverso le mura, ha un effetto sibilante, con il risultato che la mia casa sembra un enorme stereo in cui non è selezionata la frequenza della stazione (o se preferisci quello di una vecchia tv con tubo catodico nella quale non è selezionato il canale). Poiché nonostante la mia richiesta non smettono e negano di fare ciò (probabile abbiano un introito dall’attività che svolgono), non ho la più pallida idea di come poter fare per intercettare questo sibilo nauseante e denunciare la cosa (so per certo che si tratti dell’inquilino del piano superiore, perché più volte li ho sentiti preparare l’ambiente appoggiando oggetti metallici/ceramici per terra, i trasduttori appunto, quindi far partire l’effetto). Credi che un analizzatore di spettro audio possa essermi utile magari confrontando la situazione in cui il sibilo è presente e quando è al minimo? Oppure un oscilloscopio potrebbe essere in grado, se si appoggiano i sensori alla parete magari cercando di metterli vicini a quelli posizionati da loro, di poter captare l’effetto e trasformarlo in onda elettrica, avendo così una dimostrazione che qualcuno inietta qualcosa nell’appartamento? Spero che tu mi possa dare un consiglio, sarebbe gradita anche una risposta negativa, almeno saprei che il mio messaggio è stato letto. Un saluto 🙂

  3. Buongiorno Mr.X, in effetti l’argomento della tua richiesta è piuttosto particolare.

    Partiamo dai fatti tecnici: sì, la presenza di rumore bianco, o di altri tipi di rumore random, può essere efficace nel mascherare almeno in parte l’intelleggibilità di altri suoni. Ma viene usata anche per altri scopi “domestici”, ad esempio sono abbastanza noti gli effetti positivi del rumore bianco e di quello rosa sull’insonnia.
    Avendo però il rumore bianco una distribuzione in frequenza piatta (ed anche altri tipi di rumore, tipo il rosa, non si discostano sostanzialmente da un andamento privo di picchi), la caratteristica sibilante e fastidiosa che avverti può essere attribuita solo a due ragioni:
    a) non siamo in realtà in presenza di un sistema di generazione di rumore, rosa o bianco o altro, finalizzato o meno al mascheramento di suoni; oppure
    b) tale sistema, per sua intensità e caratteristiche, riesce a mettere in risonanza qualche elemento della casa, per cui una certa banda viene enfatizzata oltremodo.
    Avendo mediamente gli edifici frequenze di risonanza propria inferiori ai 10Hz, se è vera la supposizione b) significa che l’elemento che va in risonanza non è una parte di edificio, ma qualcos’altro. E che tale frequenza è piuttosto alta (visto che lo descrivi come un sibilo), quindi parliamo di qualcosa probabilmente di leggero, sicuramente non di strutturale. Qualcosa che, con un po’di pazienza, potresti essere in grado di individuare (se si trova in casa tua) e silenziare.

    Riguardo alla tua domanda sulle misure:
    sicuramente effettuare misurazioni sia in presenza che in assenza della sorgente di disturbo, potrà aiutarti per confronto a determinarne l’entità e la distribuzione in frequenza.
    Il modo più semplice è utilizzare un microfono da misura ed un convertitore, campionare l’ambiente, e poi fare un’analisi di spettro (tendenzialmente punterei ad uno spettrogramma).

    Più che un oscilloscopio, potrebbe anche aver senso fare un’analisi accelerometrica, ponendo un accelerometro triassiale a contatto solidalmente al soffitto, e facendo varie campagne di misura, analizzando poi i risultati, anche in questo caso, in frequenza. Questo tipo di misura ti aiuterebbe a capire se la sorgente del disturbo è effettivamente un generatore di rumore, o non può essere invece attribuibile a qualche altro dispositivo vibrante (elettrodomestici, motori elettrici, cose del genere).

    Dal punto di vista giuridico non posso darti un parere del tutto esaustivo, perché pur occupandomi di tanto in tanto di questioni forensi, sono ovviamente un tecnico e non un giurista.
    Parto dal fondo, nel caso delle vibrazioni non esiste in realtà una legislazione univoca, per cui la giurisprudenza si orienta a valutare il disturbo in funzione delle norme UNI 9614 (“Misura delle vibrazioni negli edifici e criteri di valutazione del disturbo”).
    Se il tuo vicino, qualunque sia la diavoleria che induce il disturbo e quale che sia il suo scopo, lecito o meno, immettesse nel tuo appartamento vibrazioni d’intensità superiore a quelle stabilite dalla UNI 9614, con ogni probabilità avresti ottime chances legali per farlo smettere, e magari anche farti risarcire per il disturbo arrecato fino ad oggi. Devo però aggiungere che parliamo di valori piuttosto consistenti, difficili da raggiungere in ambito domestico; casi tipici sono ad esempio l’attività artigianale o industriale che confina con abitazioni private, ed induce in esse disturbo da vibrazione.
    Dal punto di vista invece del rumore, la faccenda è giuridicamente un po’più complessa, perché la normativa è ampia e dettagliata ed hanno rilevanza sia i valori assoluti di immissione acustica che l’attività del vicino introduce nel tuo appartamento, sia i differenziali fra il rumore di fondo senza la sorgente di disturbo e con la sorgente attiva.

    Il punto di partenza, comunque, sono le misure acustiche. Una semplice misura dell’SPL con e senza disturbo sarebbe già sufficiente a capire se ci sono gli spazi di manovra per attivare le vie legali oppure no; vie legali che comunque puoi sempre decidere di intraprendere, ma con diverse chances di successo.

    Spero di essere stato sufficientemente chiaro ed esaustivo.

  4. Allora, intanto inizio da un grandissimo grazie per la risposta dettagliata e più che esaustiva:
    non mi aspettavo arrivasse subito, né tantomeno che la prendessi in considerazione visto che non c’è obbligo, ma la cosa deve averti incuriosito data la situazione completamente esotica.
    Il motivo per cui ti ho scritto è perché oltre al sibilo, gli effetti che subiamo sembrano avere a che fare con fenomeni di psicoacustica (che siano voluti o meno); cerco di spiegarmi meglio, per quanto sia possibile descrivere con le parole, le sensazioni che si provano:
    il sibilo inizialmente si presenta leggero, molto fine quasi che si volesse far adattare l’orecchio, abituarlo lentamente ad esso in modo che aumentando non venga preso in considerazione; la sensazione che avvertono le orecchie è quella di saturazione, quasi che ti venissero tappate e la stanza appare soggetta ad un silenzio indotto, forzato. Poiché, poi, il sospetto è che queste persone stiano facendo musica e le onde sonore sono onde meccaniche (con alternanza di compressione/depressione) è probabile che occultandone il suono, l’effetto che si ripercuota su di noi, sia quello del sibilo che viene spinto ritmicamente nei nostri timpani e sulla nuca con sensazione di essere spintonati e sballottati.
    Perché ho il sospetto che sfruttino l’effetto del rumore bianco (o altro colore)?
    A questa domanda ci sono diverse risposte, che divido in soggettive/personali e altre tecniche:
    1) abitando da sempre in questo appartamento mi sono reso conto di come suoni, voci e rumori provenienti dal piano di sopra siano cambiati rispetto a tempo fa; una lavatrice in funzione o una tv accesa erano percepibili chiaramente con tutti i loro dB; oggi non è più così, la prima si percepisce come ovattata, la seconda non viene nemmeno più sentita, benché sappiamo venga usata. Anche le voci erano riconoscibili benché, chiaramente, non si capissero i discorsi.
    2) Conosco bene le persone che abitano sopra di me:
    ahimè sono parenti con i quali i rapporti sono ormai logori e che hanno sempre avuto comportamenti alquanto bizzarri (meglio che taccia su questo punto, ma diciamo che uno di loro tentò di far passare per pazza mia nonna…e pare che la tecnica di far andar di matto, sia oggi tornata di moda e la stia applicando su di noi in moderna chiave elettronica).
    3) E accaduto più volte (ai tempi in cui utilizzavano male quello che suppongo essere l’effetto del rumore bianco) che si sentisse una batteria campionata di musica probabilmente autoprodotta (credo fosse house, elettronica) e ho provato a registrarla con l’I-Pod mettendolo il più vicino possibile alla fonte:
    il microfono non sarà top, ma non è nemmeno tanto scarso…non ha registrato nulla, solo ed esclusivamente fruscio. Eppure era percepibile al mio orecchio la batteria, compreso il sibilo…
    4) Leggendo il libro “Il segnale e il rumore” dello statistico Nate Silver (quest’anno ha cannato le previsioni dando la vittoria della Clinton) mi sono imbattuto in una frase che mi ha lasciato di stucco perché venivano utilizzati due termini che corrispondevano alle sensazioni mie e di mio padre. Te la riporto (da pagina 213):

    ” In questo libro utilizzo i termini segnale e rumore in modo molto vago ma all’origine sono dei termini di ingegneria elettronica. Gli ingegneri riconoscono diversi tipi di distribuzione delle probabilità. Se ascoltiamo il rumore bianco che viene prodotto da una scarica casuale di rumore su una distribuzione di frequenze uniforme è un rumore abrasivo e sibilante”

    Gli ultimi due termini sono quelli che usavamo nelle nostre discussioni; avevo già fatto presente a mio padre che gli oggetti usati da loro potessero essere tre, un jammer un rabbler e un generatore di rumore bianco e di come quest’ultimo fosse quello più vicino agli effetti descritti.
    Non solo, la conferma delle sensazioni arrivò da un sito (Jammers.it) il cui articolo intitolato “Cosa sono i generatori di rumore bianco?” riportava la seguente frase:

    “…non solo sono udibili, possono addirittura risultare fastidiosi. Il rumore generato è molto similare alle vecchie tv con assenza di segnale e relativa schermata grigia, con la differenza che il volume più sarà alto e più il generatore di rumore bianco sarà efficace.”

    Prima di passare ad accusare l’inquilino del piano di sopra, ti assicuro che abbiamo fatto tutti i controlli possibili (pur sapendo che fossero loro, stiamo usando la tecnica dell’accerchiamento eliminando gli altri fattori):
    a) abbiamo fatto cambiare i trasformatori della cabina elettronica;
    b) chiesto informazioni e fatto controllare un’antenna telefonica presso di noi (ma come nel caso sopra, ci hanno detto che anche altri avrebbero dovuto subire questo strano effetto);
    c) fatta una visita all’udito per escludere acufeni (nessun problema riscontrato da mio padre, io non l’ho fatta)
    d) abbiamo fatto staccare i contatori a tutti i vicini e qui occorre aprire una parentesi:
    il fenomeno è molto fastidioso ma non tutti lo percepiscono e ciò è dovuto sia al fatto che ciascuno ha una gamma dell’udito, sia al fatto che occorre ambientarsi e avere esperienza nel luogo in cui ci si trova, sia al fatto che un effetto potrebbe non essere invadente per le proprie sensazioni provate. Ad ogni modo ho avuto la fortuna di far entrare in casa mia l’inquilino del piano di sotto alle 6 del mattino e dopo essersi spaventato perché credeva che fosse il suo freezer ha staccato la corrente e ha poi capito di non essere lui la causa del nostro problema; al termine di ciò, sia mio padre che l’inquilino sono saliti per far staccare il contatore a chi credevamo fosse la causa dei nostri problemi. Risultato? Non hanno aperto e hanno chiamato la Polizia. Già, strano eh? Così nella caciara generale non si è capito un tubo.
    Ad ogni modo, credo che sia quasi inutile far staccare loro la corrente…questi oggetti hanno una batteria autonoma ed è accaduto, infatti, che in seguito ai temporali, ieri e oggi l’energia elettrica non fosse disponibile, anche se per soli 10′, ma l’effetto si sentisse ancora:
    avendo un fonometro, abbiamo però tempestivamente effettuato delle misure e abbiamo riscontrato l’anomalia di sempre (strano), ovvero ci sono punti nel mio appartamento che arrivano a 60 dB nonostante la mancanza di corrente in tutto lo stabile (la misura è effettuata puntando lo strumento verso l’alto, verso il basso torna a valori più o meno normali di 35 dB circa). Sembrano essere dei punti di accumulazione…a me viene da pensare che in quelle zone l’effetto del rumore bianco non è in grado di coprire a dovere.

    Mi viene, inoltre, un dubbio:
    essendo il rumore bianco in grado di passare ovunque, dai condotti dell’aria a quelli dell’acqua e del gas, le sue interferenze si possono riflettere anche sugli strumenti elettronici che abbiamo in casa…sarà pure strano, ma il nostro citofono solo nella fase notturna incomincia a fischiare forte, come se ci fosse un’interferenza e il fenomeno la mattina sparisce con lo scemare del sibilo; ho inoltre il sospetto che anche certi canali tv vengano disturbati (presenza di linee orizzontali quadrettate).

    Sarà dura fare delle misure, sia perché serve un tecnico in gamba con la strumentazione adatta, sia perché c’è il rischio che l’inquilino di sopra si renda conto che è sotto osservazione (è già successo che l’amministratore andasse a vedere l’appartamento, ma con prontezza ritirassero tutti i cavi e gli strumenti per poi riportare tutto al loro posto) ma i tuoi consigli mi serviranno di certo:
    in generale, visto che hai già fatto questo mestiere, le misure le effettui solo nell’appartamento soggetto a disturbo o anche in quello da cui si crede provenga il fenomeno?
    Non conoscevo i microfoni da misura, dovrebbero rilevare i dB? Potrebbero aiutarmi a spiegare l’anomalia dei 60 dB che misuriamo con il fonometro solo in certi punti della casa anche con tutto lo stabile privato della corrente? Lo spettrogramma sarebbe molto utile ma occorre qualcuno in grado di leggerlo (ho scaricato un paio di app, SpectrumView e VisualAudio che fungono da analizzatori di spettro audio e ho notato che il colore dei rilievi tende verso l’arancione, mentre credo dovrebbe essere blu nei casi normali); ho scaricato anche un app che fungesse da vibrometro dal nome VibSensor tuttavia non mi è stata utilissima…avrei la necessità di attaccarlo al soffitto ed è dura farla con l’i-pod, immagino che con uno strumento più adatto si usi del collante speciale.

    Ti ringrazio anche dei pareri dal punto di vista giuridico, non erano richiesti, ma sono serviti a mettere ordine pure lì:
    servono soldi e un buon avvocato. E un rischio, perché poi vengono fatte fare perizie su richiesta del giudice che vuole un tecnico di fiducia e va pagato pure quello.
    A proposito, in generale quanto costa far fare delle misure come quelle da te consigliate?

    P.S.
    Quando nel punto (a) scrivevi “non siamo in realtà” intendevi “noi siamo in realtà”?

    Ho scritto una risposta lunga, ti chiedo scusa, ma l’ho voluto fare anche per farti capire in quale razza di situazione mi trovo…spero di venirne a capo, anzi quando accadrà ti dirò cosa fosse la causa del disturbo (a noi ci hanno suggerito di tutto, anche transponder e ripetitori d’antenna, ma rimango dell’idea che l’effetto sia il rumore bianco).
    Non sentirti obbligato a rispondere alle domande o se lo ritieni opportuno, fallo con calma, tanto qui l’effetto non smette mai, a prescindere dalle spiegazioni scientifiche che possiamo darne 🙂

  5. Ciao! Non so se sono nel posto giusto ma ci provo lo stesso!
    Sono un laureando in fisica alle prese con misure e grandezze acustiche con le quali non ho nessuna dimestichezza. Naturalmente ho fatto delle ricerche ma non sono ancora riuscito a risolvere il mio problema per il quale credo di aver bisogno di qualcuno esperto in ingegneria del suono. Vado dritto al punto.
    Nel mio lavoro di tesi devo fare delle misure acustiche su dei materiali (non posso scendere troppo nello specifico) che emettono dei toni puri. Insomma ho una sorgente sonora che emette un fischio alla frequenza che decido io (fino a 50 kHz). Per prendere le misure uso un microfono a condensatore collegato ad una scheda audio (RME Fireface), la quale è collegata ad un pc. Come software di registrazione uso audacity. Insomma io vorrei misurare i dB SPL ma ovviamente audacity usa una scala tutta sua (credo dBV) e la scheda audio un’altra ancora (credo dBFS). Inoltre sul controller di input del microfono ho impostato un gain di cui non so se devo tenere conto.
    In sostanza a me interessa tirare fuori gli SPL “veri” del suono registrato districandomi tra tutti questi passaggi!

    Qualche suggerimento?

    Gracias

  6. Caro Winston,
    hai bisogno di un fonometro tarato, con il quale effettuare direttamente la misurazione dell’SPL o eventualmente calibrare la tua catena di ripresa.
    Il metodo che utilizzi ha due limiti fondamentali, uno è il microfono, perché, a meno che tu non stia usando un trasduttore da misura con relativa calibrazione (per correggere le misure effettuate), qualunque microfono da ripresa ha una curva di risposta in frequenza non del tutto lineare (ha una sua “voce”); di conseguenza, uno stesso livello di SPL a differenti frequenze rischia di fornire valori diversi.
    Il secondo limite è, appunto, la mancanza di “allineamento” univoco fra i dB SPL reali, i dBu/V che fornisce il microfono al preamplificatore, quelli che il preamplificatore fornisce ai convertitori AD, ed infine i dBFS che ti mostrerà Audacity in dominio digitale; il tutto anche alla luce del fatto che hai degli stadi di guadagno intermedi che puoi settare a piacere.
    Quindi, l’unica cosa che puoi fare con la tua catena (a patto, ripeto, che tu abbia un microfono da misura a risposta lineare) è quella di valutare in modo relativo il confronto fra più segnali. Potrai dire che un segnale ha 2dB in più di un altro, ma non quale è il suo livello effettivo nel mondo reale. A meno di usare il fonometro in parallelo al tuo sistema per “tararlo” (ma a quel punto, tanto vale usare direttamente il fonometro).
    Nel tuo dipartimento di fisica è possibile, se non probabile, che abbiate da qualche parte un fonometro, tipo questi, eventualmente con la sua sorgente di taratura:
    http://www.svantek.it/categoria/prodotti/fonometri/
    Se devi procurartene uno ex-novo, molto dipende dal livello di accuratezza di cui hai bisogno; se ne trovano anche da poche decine di euro (basta digitare “fonometro” o “SPL meter” su Amazon), così come se ne trovano di molto costosi.
    Attenzione, se te lo procurerai, al tipo di pesatura che questo applica; a meno che il tuo studio non riguardi la sensazione uditiva soggettiva prodotta dai vari suoni, il fonometro che userai dovrà avere la possibilità di fornirti valori NON pesati.
    Un’ultima cosa, se hai necessità di esplorare anche il campo ultrasonoro fra i 20kHz ed i 50kHz (frequenza fino alla quale mi dici che rispondono i tuoi materiali), un fonometro tradizionale non basterà più, e ti servirà uno strumento specifico dalla risposta in frequenza più estesa.
    Spero di esserti stato utile, per qualunque dubbio contattami liberamente:
    manuel ( a t ) fonderiefoniche ( punto ) com

  7. Innanzi tutto GRAZIE!

    Non posso acquistare in fonometro al momento. Uso un microfono Earthworks M50 con risposta in frequenza lineare fino a 50 kHz.
    Quindi del valore di sensibilità non me ne faccio nulla? Perchè avevo pensato di usare quello per passare da mV di Audacity ai Pascal. Il problema appunto è tutto quello che c’è in mezzo.
    Insomma devo trovare un fonometro per tarare il microfono… Grazie infinite!

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