Un suono da… capogiro

La stereofonia, con tutti i suoi limiti e le sue cionondimeno notevoli potenzialità, a tutt’oggi rimane il formato in assoluto più diffuso per l’ascolto audio. Sfruttando la caratteristica binaurale dell’uomo, la stereofonia ci consente di ricreare con buona approssimazione un panorama sonoro pseudo-tridimensionale, consentendo all’ascoltatore di localizzare spazialmente la provenienza dei suoni riprodotti in stereo: “destra e sinistra”, principalmente, sfruttando la separazione fisica delle sorgenti sonore poste effettivamente a destra e sinistra dell’ascoltatore; ma anche “lontano e vicino” utilizzando effetti d’ambiente (riverbero, delay) ed equalizzazione (frequenze diverse si comportano diversamente quando incontrano uno stesso ostacolo). Sull'”alto e basso”, ad oggi, la stereofonia non ha risposte convincenti, così come non ne ha per il “dietro”. E’necessario sconfinare nel campo del surround, aumentando il numero di diffusori e circondando l’ascoltatore.

Qualche trick ulteriore, però, volto ad estendere la spazialità simulabile da un ascolto stereofonico c’è. Fra questi, un espediente che mi diverte particolarmente utilizzare (sempre con parsimonia) è quello che ricrea la sensazione di un suono proveniente da un’area indefinita fra i lati della testa e la nostra nuca, da un luogo che non-si-sa-bene-dov’è, ma di sicuro “non possono essere quegli altoparlanti lì davanti a noi”.

Pulsante d'inversione di fase su channel strip UA 4KIl procedimento è in realtà molto semplice: partendo da una sorgente sonora, stereo o preferibilmente mono (ad esempio una traccia di voce), ne creiamo un clone identico. Avremo così due tracce, uguali fra loro, che andremo a spostare ai due estremi opposti del panorama stereo con i nostri pan-pot. Dopodiché, invertiremo la fase di una delle due (se la channel strip della nostra DAW non prevede la funzione d’inversione di fase, vi sono plugins di una semplicità disarmante che lo fanno). Il gioco è fatto.

Al centro del panorama stereo, i due segnali identici con fasi opposte si elideranno a vicenda, in maniera realmente fisica (quando un altoparlante “spingerà” l’aria, l’altro la “tirerà”, con il risultato di lasciarla all’impasse), dando come risultante il silenzio. Le componenti di pressione sonora che dagli altoparlanti si diffondono lateralmente e proseguono alle spalle dell’ascoltatore avranno via via sempre meno possibilità di elidersi a vicenda, inizieranno a modificarsi per via della geometria della stanza, avranno riflessioni indipendenti e probabilmente diverse, e verranno quindi percepite per cosa in realtà sono: onde sonore ai lati e dietro la testa, che avranno predominanza, nella percezione, rispetto a quelle provenienti dallo spazio frontale all’ascoltatore. In genere, il risultato è molto d’effetto. Semplice e sorprendente.

Attenzione, però: come per tutti gli espedienti “furbetti”, gli effetti collaterali ci sono, ed è bene conoscerli:

1) riproducendo il lavoro in mono, il risultato sarà… il silenzio totale, dovuto alla cancellazione di due tracce identiche con fasi inverse. E l’ascolto in mono è molto più presente nella nostra vita quotidiana di quanto normalmente immaginiamo…

2) il “trick” funziona meglio quanto più i due segnali L e R di partenza sono identici. Equalizzazioni diverse, applicazione di effetti diversi, panning non estremi, delay di una traccia rispetto all’altra per la ricerca di un effetto Haas, riducono di molto l’effetto finale

3) l’effetto funziona meglio quanto più la frequenza del suono originale è bassa: ciò implica lunghezze d’onda maggiori, e quindi uno sviluppo più dilatato delle onde di pressione sonora che favoriscono il risultato

4) idem dicasi per la posizione dell’ascoltatore: quanto più questi è posto in maniera asimmetrica rispetto agli ascolti, quanto meno beneficierà dell'”effetto stupore”.

Quindi, riassumendo: trick perfetto per una piccola rifinitura dell’arrangiamento, un vezzo in mixaggio su un elemento non fondamentale, o per stupire un cliente o la fidanzata/moglie che viene a trovarci in studio… di sicuro non una tecnica da usare massicciamente su tracce intere. Ovviamente, nulla vieta di sperimentare ulteriormente, introducendo piccole modifiche fra una traccia e la sua gemella/complementare, sufficientemente piccole da conservare ancora una rilevanza tangibile dell’effetto, e nel contempo introdurre ulteriore variabilità e “vita” sonora.

Un esempio che mi viene in mente: una terza traccia gemella, posizionata al centro, sufficientemente ritardata (o anticipata) in maniera tale da non “disturbare” il lavoro delle due sorelle siamesi, e creare un suono coinvolgente, che che ci colpisce diretti e nel contempo ci avvolge nello spazio dietro di noi…

Buon lavoro!

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